In gioielleria esistono due ordini di classificazione:

  1. Karato (kt) comunemente usato per l’oro
  2. Carato (ct) comunemente usato per le pietre preziose

La parola deriva dall’arabo qīrāṭ (“ventiquattresima parte”), a sua volta derivante dal greco kerátion (κεράτιον, diminutivo di keras [κέρας] ovvero “corno”), (siliqua del carrubo), i cui semi avrebbero una massa eccezionalmente uniforme, di circa 1/5 di grammo.

Che i semi del carrubo abbiano tutti una massa identica tra loro è una credenza del passato, ormai sfatata: uno studio dell’Università di Zurigo ha constatato che la massa di tali semi varia, al pari di quello di tutti gli altri semi; gli scienziati suppongono che la massa del seme del carrubo sia stata presa come elemento di comparazione per il fatto che è relativamente facile constatarne la differenza dimensionale a occhio nudo. Sono state fatte delle prove con delle persone che hanno stimato le dimensioni di vari semi, confrontandoli con un seme campione, con il risultato che il massimo errore di valutazione rientrava nel 5%. La variazione della massa di semi di carrubo presi alla rinfusa arriva al 25%.

Già dall’antichità e fino al medioevo il carato è stato utilizzato per la pesatura di quantità molto piccole e tuttora rimane l’unità di misura ponderale dei diamanti, delle pietre preziose in genere e dell’oro.

Il carato fu rapportato e definito con precisione solo nel 1832 in Sudafrica, il luogo di maggior produzione ed esportazione di diamanti del mondo, dove ne fu stabilita la connessione con il sistema metrico decimale: pesando con una bilancia a braccia uguali più semi di carruba ed eseguendo poi la media aritmetica dei valori ottenuti ne derivò un valore pari a circa 0,2 grammi. Successivamente la quarta Conférence générale des poids et mesures del 1907 adottò come valore del carato (detto carato metrico) una unità di massa di 0,2 grammi.

Per quanto riguarda le leghe d’oro il termine karato assume un’accezione differente dall’unità di misura ponderale propria delle gemme e delle perle, mutandosi nello standard proporzionale di misura della “purezza” che quantifica le parti d’oro in una lega su base 24/24. Nel caso delle leghe d’oro dunque un “karato” equivale ad una parte d’oro su un totale di 24 parti di metallo costituente la lega. Ne deriva, ad esempio, che la dicitura 18 karati sta ad indicare che la lega è costituita da 18 parti d’oro fino e 6 parti di altri metalli e viene abbreviato con la sigla kt o prevalentemente con la sola k spesso affiancata al numero senza alcuno spazio intermedio, ad esempio 18k. L’oro di massima purezza è dunque a 24 carati (24 parti d’oro “fino” su 24 totali) e si indica con la sigla 24k. Per quanto riguarda la massa, espressa in grammi, è utile la seguente proporzione:

  • 24 carati (24 kt) corrispondono a 999,9 grammi di oro su 1000 grammi di leghe complessive.
  • 22 kt (916,667/1000)
  • 20 kt (833,333/1000)
  • 18 kt (750,000/1000)
  • 14 kt (583,333/1000)

E’ importante evidenziare il fatto che sui gioielli, almeno in Italia, non esistono punzoni* che riportano la dicitura kt. Essi infatti riproducono il marchio del produttore e l’equivalente in millesimi di oro contenuti nella lega usata per la realizzazione del manufatto. Comunemente, a titolo esemplificativo, i gioielli riportano il marchio “750” e non il marchio “18k”.